Il Gran Premio del barattolo: quando la conserva fatta in casa diventa una questione di onore
Photo: Unknown, CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons
Nessuno l'ha mai indetto, eppure esiste in ogni famiglia d'Italia: il Gran Premio del barattolo. Si corre ogni domenica, o quasi, in case di campagna e balconi di periferia, e l'unico trofeo in palio è un sorriso appena percettibile della suocera più esperta. Il mezzo di trasporto? Un barattolo di vetro, chiuso ermeticamente, portato in tavola come se fosse una bottiglia di Barolo riserva.
L'etichetta che nessuno scrive ma tutti rispettano
Prima regola: la conserva non si offre, si propone. Non si dice "ho fatto il sugo, assaggialo". Si dice, con falsa noncuranza, "ho avuto un po' di pomodori San Marzano in avanzo, non sapevo cosa farci". Menzogna. Sapevi benissimo cosa farci: hai passato la domenica mattina a sterilizzare mentre il resto del mondo faceva colazione.
Seconda regola: il barattolo va presentato con il racconto. La provenienza del pomodoro ("dal contadino, quello di sotto la collina"), la durata della cottura (sempre sottostimata del 50%: se hai cotto quattro ore dirai due), il segreto che ovviamente non rivelerai mai. È il discorso che il sommelier fa sul vino prima di versarlo. Tu sei il sommelier del tuo sugo. Agisci di conseguenza.
Terza regola: il barattolo vuoto torna indietro. Questo è sacro. Il barattolo restituito, perfettamente lavato, è la ricevuta del pagamento: significa che è stato consumato, apprezzato, archiviato nella memoria gastronomica della famiglia. Un barattolo che torna indietro dopo due mesi, con dentro ancora un velo di sugo, è una dichiarazione di ostilità che esige ritorsioni proporzionate.
Le cognate: il gran premio di fondo
Ogni competizione familiare ha i suoi duelli storici, e nel mondo delle conserve il classico è quello tra cognate. La scena si ripete ogni estate: due donne, la stessa ricetta della nonna, due interpretazioni incompatibili. Una mette la basilico a foglia di lattuga, l'altro il basilico genovese microscopico. Una cuoce a bagno maria, l'altra al disinfettante della tradizione, cioè "come faceva mia madre e non è morto nessuno".
Il duello si combatte a distanza, tramite intermediari. "Mamma ha detto che il sugo di tua sorella gli ha lasciato un po' l'acidità in gola." Frase innocua? No. Munita. Nel campionato delle conserve le frasi innocue non esistono, esistono solo colpi mascherati da gentilezze.
I segnali che il tuo pesto è "troppo buono"
Attenzione, però: c'è un paradosso in questa gara. Se la tua conserva è troppo buona, smette di credere che sia fatta in casa. I segnali da monitorare:
- La suocera assaggia due volte, in silenzio, e la seconda volta chiude gli occhi. Sospetto.
- Il cognato chiede la ricetta. I cognati non chiedono mai la ricetta. Se la chiedono, hanno il sospetto che tu l'abbia comprata.
- Qualcuno dice, con un sorriso teso: "Ma dove l'hai presa, questa passata?". Traduzione: nessun essere umano fa una passata così liscia.
- Il barattolo vuoto torna indietro lo stesso giorno. Troppo veloce. Nessuno si fida di un barattolo restituito in giornata.
E noi che posizione prendiamo?
Quella di chi gareggia, ovviamente. Perché alla fine, togliendo l'ironia, questa competizione silenziosa è una delle cose più belle che la cucina italiana abbia prodotto: famiglie intere che si scambiano vasetti come si scambiavano una volta le figlie in matrimonio, con la stessa serietà e più affetto.
Il barattolo portato in tavola non è solo conserva: è una stagione del raccolto racchiusa nel vetro, è la prova che qualcuno ha dedicato una mattina intera a pensare al pranzo degli altri. Che poi vinca la passata della zia Rosetta o quella della nuora non conta niente. Conta che la tavola sia piena, che i barattoli tornino vuoti e che l'anno prossimo si ricominci, con la stessa gara e lo stesso onore.
E se qualcuno vi chiede perché vi prendete così tante brigue per un sugo, rispondete con la verità: perché in questa famiglia le cose si fanno bene, o non si fanno proprio. Poi offrite loro il padellino. Fondo compreso.