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Il pranzo di mezzogiorno in bottega: quando il fabbro tirava fuori anche la pentola

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Il pranzo di mezzogiorno in bottega: quando il fabbro tirava fuori anche la pentola

Photo: Dietmar Rabich, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

C'era un tempo, non poi così lontano, in cui il mezzogiorno nelle botteghe italiane si riconosceva prima dal profumo che dal suono. L'incudine taceva, la sega si appoggiava al muro, e da qualche parte — sul bancone coperto di carta da pacchi, sul davanzale della finestra aperta verso il cortile — compariva il pranzo. Non un panino mangiato in fretta in piedi, ma un piatto vero, spesso cucinato a casa dalla moglie o dalla madre e portato in un fagottino o in una scodella di alluminio con il coperchio.

Un mondo di sapori legato al lavoro manuale che oggi è quasi tutto scomparso, ma che merita di essere ricostruito, piatto dopo piatto.

La trippa del fabbro

Se chiedete a un fabbro anziano, magari in un paese dell'Appennino o nelle periferie artigiane di Brescia o di Napoli, cosa si mangiava a pranzo in officina, la risposta arriva quasi sempre uguale: la trippa. Cotta a casa la sera prima, raffreddata nel suo sugo, riscaldata al mattino e portata in bottega in un pentolino che poi finiva sul fornello a gas dell'angolo.

La trippa era perfetta per il lavoro pesante: sostanziosa, economica, e buonia anche tiepida. Il sodo, il pomodoro, il pecorino grattugiato sul momento — quello sì, portato in un barattolino di vetro apposito. Un aneddoto che si sente ripetere ovunque: chi dimenticava il formaggio a casa «aveva perso la giornata».

Panzanella di cantiere: il pranzo che non aveva bisogno del fuoco

Nelle campagne e nei cantieri edili, invece, regnava la panzanella. Pane raffermo ammollito nell'acqua, pomodori, cipolla, olio — tutto portato separato e assemblato al momento nella ciotola. Niente frigo, niente cottura: solo ingredienti che reggevano il caldo di luglio dentro un sacchetto di juta.

La versione «di cantiere», raccontano i muratori più anziani, era più rustica di quella delle nonne: più cipolla, perché il lavoro faceva sudare e la cipolla «tirava su», e pane bianco comprato al forno della strada, non quello di casa. Chi veniva dal Sud aggiungeva olive o alici salate; chi era del Nord magari un uovo sodo. Ogni squadra di lavoro aveva la sua versione, e ogni versione era la giusta — ovviamente.

Il fornello nell'angolo: una piccola istituzione

In molte officine italiane, tra gli anni Cinquanta e Ottanta, c'era un elemento fisso: il fornello a gas in un angolo, spesso di fronte a una vecchia credenza con sopra caffè, zucchero e un pentolino sempre pronto. Attorno a quello si costruiva la socialità del mezzogiorno.

Si riscaldava la minestra portata da casa, si facevano gli spaghetti in due minuti per chi aveva dimenticato il pranzo, si scaldava il caffè nel moka grande «di bottega», che apparteneva a tutti e a nessuno. Il moka, in certe officine, aveva un numero: se lo rompevi, lo pagavi, ma tutti sapevano che in realtà non l'avresti mai pagato davvero.

Le ricette che vanno ricostruite prima che sia tardi

Di questo mondo non esistono libri di ricette. Esistono memorie, e memorie fragili. Per questo vale la pena mettersi seduti davanti agli ultimi artigiani — il fabbro che ha chiuso, il falegname che adesso ripara mobili, la vedova del macellaio — e chiedere: «Ma quel pranzo, come lo facevate?».

Le risposte non arrivano in grammi. Arrivano in «quanto basta», in «un pizzico», in «fino a che non si vede l'olio venire su». E vanno scritte subito, perché sono l'ultima testimonianza di una cucina del lavoro: piatti nati per dare forza, non per fare colpo. Cucina onesta, senza velleità, dove il sapore dipendeva dalla fame che si portava a tavola.

Un piatto da provare: la trippa della bottega, versione ricostruita

Se volete fare un viaggio nel tempo, ecco una versione semplice, ricostruita dai racconti di chi c'era.

Ingredienti (per 4 persone): 800 g di trippa precotta tagliata a strisce, 500 ml di salsa di pomodoro, una cipolla, una carota, un gambo di sedano, mezzo bicchiere di vino bianco, olio extravergine d'oliva, sale, pecorino grattugiato (o parmigiano, nelle versioni del Nord).

Procedimento: fate soffriggere la cipolla, carota e sedano tritati finemente in un buen giro d'olio. Unite la trippa, fatela insaporire qualche minuto, sfumate col vino. Aggiungete il pomodoro, coprite e lasciate cuocere piano per almeno due ore — qui la pazienza non è un consiglio, è l'ingrediente principale. Servite tiepida, non bollente, con il formaggio a parte: così ognuno se lo mette come vuole, come si faceva in bottega.

E se mentre la mangiate sentite il profumo di un mondo fatto di mani callose e tavoli condivisi, beh — è esattamente l'effetto che cercavamo.

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