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Ricette regionali

Alle 6 del mattino fa già freddo, ma il pane è già caldo: dentro la fila che non si spegne

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Alle 6 del mattino fa già freddo, ma il pane è già caldo: dentro la fila che non si spegne

Photo: https://oakwoodfirepizza.com/, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

C'è un'ora precisa, in certi paesi d'Italia, in cui il giorno inizia due volte. La prima volta all'alba vera, quella dell'almanacco. La seconda quando il forno a legna della piazza spinge la prima pala di pane e dal tubo esce un fumo che sa di crosta. Chi lo conosce, quel fumo, si prepara senza nemmeno guardare l'orologio: scarpe comode, la busta della spesa vuota, e fuori casa.

Siamo arrivati alle 5:50 e la fila già c'era. Cinque persone, un cane, e una signora che ci dice subito, come chi ha il dovere di informare: «Adesso arriva Rosa, quella che ne prende quattro, quindi muovetevi».

Il pane non si compra, si aspetta

Provate a spiegare a un algoritmo di consegne a domicilio che esiste gente disposta a fare mezz'ora di coda, al buio, per due filoncini. Non ci riuscireste. Perché qui non si compra solo il pane: si aspetta. E l'attesa è parte della ricetta, come la lievitazione.

Il mastro panificatore si chiama Bruno, fa questo lavoro da trentadue anni e ha ereditato il forno dal padre, che l'aveva ereditato da un parente di cui nessuno ricorda il nome ma tutti giurano che «faceva un pane...». In Italia le frasi si perdono a metà, ma i gesti no.

Bruno lavora da quando erano le tre del mattino. Impasta a mano, come sempre, anche se in cantina c'è una impastatrice nuova, «comoda per i panifici dolci, dice, ma il pane vuole il polso». Abbiamo già sentito questa storia qui, e non a caso: è la stessa lezione delle nostre nonne, quella che raccontavamo quando abbiamo capito che il polso in cucina non si scrive, si tramanda. Bruno ne è la prova vivente, infarinata e sorridente.

Cosa si parla in fila alle 6 del mattino

Tutto. Si parla del figlio di Gianna che è andato a convivere, del pomodoro quest'anno che costa troppo, di chi ha vinto la partita e di chi dovrebbe smettere di coltivare quel campo in fondo, che è solo fatica. La fila del pane è l'unico luogo rimasto dove la gente si incontra per caso, senza appuntamento, senza schermo.

Un signore con il cappello ci confessa: «Io il pane lo compro qui da quando sono sposato. Ho 71 anni. Mia moglie dice che se un giorno chiude, io resto senza colazione e senza amicizia nello stesso mattino».

E in fondo è questo il punto. Il pane di Bruno è buono — croccante, profumato, che dura tre giorni se ce la fate a non finirlo il primo — ma il motivo per cui la fila resiste non è solo la mollica. È il baratto di fiducia: qui non si chiede lo scontrino prima del pane, si chiede come sta la mamma. Si paga anche con la carta, Bruno non è un fossile, ma la valuta vera del posto è un'altra: la consuetudine.

Perché questi forni ancora resistono

Ce ne sono meno di quelli che ricordiamo, ed è inutile girarci intorno. I supermercati vendono pane a ogni ora, soffice e anonimo, e molta gente lo compra. Eppure i forni di paese che resistono — e resistono, in tanti borghi, con una caparbietà che non ha niente di romantico ma molto di economico e di concreto — hanno una cosa che nessuna scaffalatura può coprire: il pane di qui.

Quello che ha il sapore del grano della zona, che cambia leggermente con l'umidità, che a Natale si arricchisce e a ferragosto si fa più rustico. Il pane che tua zia chiede per telefono quando torna: «Ma lo prendi da Bruno, eh? Quello con la crosta».

Non è nostalgia da vetrina. È una filiera lunga un paio di chilometri: farina del molino del paese vicino, legna del bosco di sopra, mani della stessa famiglia da tre generazioni. Provate a dire lo stesso del pan-brioche con data di scadenza a gennaio.

Cosa succede quando Bruno chiude

Lo chiediamo a Bruno verso le 7, quando la fila si è diradata e lui si siede finalmente su uno sgabello di legno. Si alza le spalle. «Mia figlia studia fuori. Se vuole, il forno c'è. Se non vuole, vuol dire che sarà brava in un'altra cosa». Poi aggiunge, dopo una pausa: «Ma il pane buono, quello lo sa già fare. Da piccola, quando gli altri bimbi giocavano, lei impastava il compattabile».

Non ci vuole un piano industriale per salvare questi posti. Ne basta di meno, e ne basta di più: basta andarci. Scegliere una volta alla settimana di fare la fila invece dell'app, di pagare due euro in più per una pagnotta che ha un indirizzo e un cognome, di portare i figli a vedere come si tira la pala dal forno a 400 gradi.

Perché quando chiuderà — e prima o poi, se nessuno va, chiuderà — non perderemo solo il pane. Perderemo la fila. E la fila, con tutto quello che si dice lì dentro, è l'ultimo salotto buono d'Italia: quello dove si entra senza invito, si esce con il pane ancora caldo, e ci si sente, per qualche minuto, di nuovo di un paese.

La busta di Bruno pesa 1,2 kg e costa 3,40 euro. Ce la siamo mangiata in macchina prima di arrivare a casa. Non è stata una scelta: è stata una debolezza. Quella buona.

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